Io resto a casa. C’è tempo (per seminare)

Di che si tratta

C’è tempo, cantava Ivano Fossati: «Dicono che c’è un tempo per seminare, e uno che hai voglia ad aspettare». Questa canzone mi torna in mente in questo periodo, tempo compresso dalla paura e dilatato dall’attesa. #IoRestoAcasa non è solo l’onda perfetta da cavalcare sui social. È l’opportunità di affacciarci a dieci finestre di tempo, che abbiamo sempre avuto a disposizione.

In queste settimane vivo con il sospetto di essere fortunata. Questa percezione, che di solito assaporo con soddisfazione, ora mi è spiacevole perché si accompagna a un indefinito sentimento di colpa. Provo a spiegare come mai.

Sono una libera professionista, ho partiva iva. La quasi interezza del mio lavoro quotidiano accade davanti a un computer e perlopiù a casa, che poi è pure bottega. Anche vedere i clienti di persona fa parte del lavoro, ma in circostanze eccezionali – come quelle presenti – posso rimediare con le videochiamate.

L’angolo di osservazione di una abituata a stare a casa

L’angolo abituale da cui osservo le cose – e i fatti di questi giorni – è quella di chi non ha vincoli predeterminati con un orario e un luogo di lavoro.

Le caratteristiche principali dello “Smart Working“, del lavoro agile, non sono per me una condizione provvisoria e straordinaria, ma uno stile di vita cercato, di cui ogni giorno apprezzo i vantaggi e sostengo i rischi, quelli che tutti i liberi professionisti conoscono bene: i vantaggi della flessibilità nell’organizzazione del lavoro, dell’autonomia nella gestione del tempo, compresi certi scellerati attimi di ebbrezza dell’autarchia; i rischi dell’indisciplina, della solitudine e della giornata di fiacca. Escludo qui i rischi legati alla variabilità del profitto, situazione naturale per chi lavora in proprio e non attinente al tema di questo post.

Inoltre: passare del tempo a casa mi piace molto. Ho tanti interessi. Non ho problemi con l’ipotesi della noia. Ho quindi concluso: ho un’attitudine naturale alla quarantena. Questa disposizione mi facilita le giornate e mi trova apparecchiata di fronte all’eventualità dell’isolamento.

Tempo compresso da far rinvenire

Il tempo passato a informarci sulla situazione di emergenza in cui ci troviamo è un tempo sì speso bene, purché selezioniamo con cura quali informazioni leggere, a quali fonti affidarci e dare credito, quali riflessioni condividere e quali no.

Tutto il resto del tempo di cui disponiamo è un bene limitato, così come la nostra capacità di attenzione, che ha bisogno di essere indirizzata e focalizzata. Il principio di Pareto, noto anche come la regola 80-20, ci può aiutare a farlo.

A volte, forse, abbiamo paura del “tempo libero” – libero dal lavoro, da un’occupazione abituale, – che percepiamo piuttosto come un tempo vuoto (di significato?), quando non addirittura un “tempo morto”: tendiamo a considerare tempi morti, per esempio, quegli interstizi di tempo che stanno nelle attese in fila, nelle code in mezzo al traffico, negli spostamenti da un luogo all’altro. Intercapedini che riteniamo privi di peso.

Sapere cosa ci piace fare, quando abbiamo (più) tempo, è un bene. Ci permette di fiutare subito nuove opportunità di scoperta, di scegliere gli spunti che ci incuriosiscono di più e di seguirne le tracce.

In questo periodo, per ragioni che non abbiamo scelto, ci ritroviamo fra le mani più bastoncini di spugna compressa: porzioni di tempo che avevamo essiccato. Dilatarle, farle rinvenire, aiuta – forse – a recuperarne il valore originario, quello che hanno sempre avuto.

Rinvenire in 10 tempi

Ho selezionato 10 azioni simboliche che possono far rinvenire il nostro tempo, che lo nutrono di pensieri più illuminati di quelli dedicati al rimuginio fobico o alla ricerca dell’applauso facile sui social. Per ogni azione, ho raccolto degli spunti, quelli a me più familiari, perché è bene parlare solo di ciò che conosciamo meglio. Ma ognuno di noi può trovare i propri.

1. Leggere

#iorestoacasa - Leggere

In queste settimane, osservando l’evoluzione sociale della paura, fino alle sue deformazioni più dannose e al chiacchiericcio da tronisti dei mezzi di comunicazione di massa, mi sono tornati in mente in più di un’occasione tre romanzi che ho letto, riletto e amato.

Sono tutti e tre romanzi legati, ognuno a proprio modo, al genere distopico e post-apocalittico. Questi giorni mi hanno ricordato in modo particolare il primo.

  1. José Saramago, Cecità, traduzione di Rita Desti, Feltrinelli, 2010 (originale: Ensaio sobre a cegueira, 1995). Su Google Libri si possono leggere alcuni estratti.
  2. Paul Auster, Nel paese delle ultime cose, traduzione di Monica Sperandini, Einaudi, 2018 (originale: In the Country of Last Things, 1987).
  3. Cormac McCarthy, La strada, traduzione di Martina Testa, Einaudi, 2007 (originale: The Road, 2006). Sul sito della casa editrice si può scaricare il pdf di un estratto.

2. Scrivere

#iorestoacasa - Scrivere

Possiamo imparare a scrivere meglio, facendo pratica, tanta pratica.

Luca Conti prende spunto da La via dell’artista di Julia Cameron (traduzione di Martina Ghiazza, Longanesi, 2015) e invita a riconsiderare la scrittura con carta e penna, un’abitudine che in molti stiamo perdendo:

«Tenere un journal, scrivere di getto tre pagine la mattina possono essere pratiche che ci ridanno il piacere di tenere una penna in mano e tornare a scrivere, con l’effetto per niente secondario di sentirci meglio, comprendere meglio le nostre emozioni ed essere meno stressati, più felici e più organizzati».

Luca Conti, Scrivere per pensare meglio, tra pratica ed emozioni, La Content Academy, 5 marzo 2020.

3. Studiare

Io resto a casa. Studiare

Possiamo studiare per lavoro, o per il gusto di imparare cose nuove, o di approfondire cose che conosciamo in superficie. Possiamo seguire corsi di formazione, da casa.

Lo scorso venerdì 6 marzo, la Content Academy ha lanciato l’iniziativa “Stay Content“, preziosa per chi lavora nella comunicazione, regalando tre videocorsi per un totale di 9 ore di formazione e 299 euro risparmiati. I video si possono guardare in qualsiasi momento.

Gli argomenti e i relatori:

  • Story Content con Valentina Vellucci;
  • Social media marketing con Alessandro Piemontese;
  • Narrazione e scrittura con Cristiano Carriero.

Inizialmente valida solo per il fine settimana, adesso l’offerta è stata prolungata fino a questo mercoledì 11. Quindi, c’è ancora tempo.

4. Cucinare

Cucinare

Trovo poche differenze tra scrivere e cucinare. Nella cucina, come nella scrittura, sono in ballo ingredienti da dosare con cura, spazi da usare, tempi da controllare, e tutta una creatività di sapori, odori, colori, consistenze da esprimere.

Non dev’essere per forza un’azione molto elaborata. Cucinare può essere anche un esercizio semplice. Perciò, ho preso la ricetta del Pan di banana che mi ha suggerito una cara amica e, oltre a sfornarlo personalmente domenica, ho creato una scheda che si può scaricare: come immagine pngin formato pdf.

Ci sono tante versioni del pan di banana: questa non contiene uova, latte, burro. È così intuitiva e veloce da preparare che potrebbe farcela perfino il mio compagno (se volesse).

5. Guardare

Io resto a casa. Guardare

Guardare è anche alzare lo sguardo, mirare con gli occhi a un campo visivo nuovo, cambiare il punto di osservazione, guardare fuori dalla finestra – qualunque cosa ci sia, oltre la nostra finestra. Ma non c’è niente di male a essere più semplici e concreti, e guardare la televisione.

Tre serie tv

  • Paolo Sorrentino, The New Pope (2020). Per chi non l’avesse vista, anche la prima stagione: The Young Pope (2016). C’è da poco da dire su questa serie e su Sorrentino, ne parlano tutti e – cito un suo romanzo – hanno tutti ragione.
  • Phoebe Waller-Bridge, Fleabag, stagione 1 (2016) e stagione 2 (2019). È un intelligente adattamento del monologo che la stessa autrice aveva scritto e interpretato per il teatro. La rivista Wired ha suggerito cinque buoni motivi per guardare questa serie, e li condivido.
  • Ancora Phoebe Waller-Bridge, Killing Eve, stagione 1 (2018) e stagione 2 (2019). Ho un debole per la sceneggiature della Waller-Bridge. Ancora Wired, che sa come si usano i titoli efficaci per il web, ha riassunto le cinque ragioni per guardarla.

Un aggiornamento consigliato da Luisa Ruggiero, che ha letto questo post fresco fresco di giornata e mi ha fatto giustamente notare che non ho suggerito serie tv su Netflix: “The End of the F***ing World“, “Mindhunter” e il sempreverde “Breaking Bad“.

6. Ascoltare

Ascoltare

Sono un’ascoltatrice abituale di Radio3. Sul sito c’è una raccolta di Speciali, accompagnata da un messaggio del direttore Marino Sinibaldi. Ci sono davvero tante belle cose, fra cui una proposta di ascolti per bambini e studenti.

Ieri, invece, ho scoperto Le parole per farlo: è questo il titolo della serie di podcast che Annamaria Anelli ha dedicato al tema della scrittura efficace e a “Come raccontarsi quando si cerca lavoro o si vuole avviare una collaborazione professionale”. La serie ha 6 puntate che si possono ascoltare su Storytel (chi non ha l’abbonamento può approfittare della prova gratuita per 30 giorni). Ecco i titoli di ogni puntata:

  1. Come raccontarsi
  2. Raccontarsi senza frasi fatte
  3. Raccontare il tempo della maternità
  4. Raccontare il fallimento
  5. Raccontare la fragilità
  6. Raccontarsi al lavoro

La mia puntata preferita è la seconda. Parla dei plastismi della lingua italiana, le parole e le espressioni diventate plasticose, vuote, che intorpidiscono la ricerca di precisione e nitidezza. Annamaria Anelli dice che «uccidono il racconto perché lo normalizzano in un già sentito che non dà alternative a chi legge». Alcuni esempi di plastismo sono in un blog post di Pennamontata.

Possiamo ascoltare suoni, rumori. Anche quando siamo a casa.

Noisli è un generatore di suoni naturali – vento, pioggia, onde, uccelli, crepitìo di fuoco, – da usare come sottofondo per concentrarsi o per rilassarsi, mentre si studia o mentre si lavora. È un buon modo per zittire le voci umane e ascoltare quelle, spesso più intelligenti, della natura.

7. Coltivare

Coltivare

In passato, non mi prendevo cura delle piante. Evitavo di averne in casa e le poche che avevo finivano male presto. Avevo fatto mia quella scena del film “Bianca” di Nanni Moretti: «Hai troppo sole, poco sole, cos’è che vuoi? Più acqua, meno acqua, perché non parli? Rispondi!». Poi è cambiato qualcosa, ho preso a voler bene alle piante.

Sono creature a cui, per essere soddisfatte, serve davvero poco rispetto a quello che invece serve a noi. Il giacinto, per esempio, è un tipo affidabile e concreto: lo stesso bulbo fiorisce ogni anno per un periodo molto breve tra febbraio e marzo, ma se tu gli dai acqua e giusta esposizione, lui ti dà fiori bellissimi e profumati, nel tempo in cui può e per il tempo che può. Semplice.

9. Muoversi

Io resto a casa. Muoversi

Per me il movimento fisico è quello del ballo e il ballo è il tango argentino, che pratico da diversi anni. Tuttavia, questo in cui scrivo non è un tempo adatto al tango, perché non è un tempo adatto all’abbraccio e alla prossimità fisica con altre persone. Nulla vieta, però, di esercitarsi da soli sulle tecniche individuali.

Per il resto, sono tra le persone meno adatte a parlare di attività fisica, perché sono ignobilmente pigra. Alcuni mesi fa, il mio chiropratico mi ha assegnato degli esercizi da fare a casa, che io non ho fatto e che sono felice di passare a chi vorrà farli, perché sono una persona molto generosa: Bob Anderson, Stretching, Edizioni Mediterranee, 2014.

10. Partecipare

Domenica 8 marzo la rivista di antropologia digitale Be Unsocial – che pubblica un articolo più bello dell’altro – ha proposto un gioco e lo ha presentato così:

«Abbiamo pensato di condividere un calendario di attività che potranno unirci a distanza, alcune semplici altre meno, ma tutte rigorosamente casalinghe. Da lunedì 9 marzo a giovedì 2 aprile, proviamo a tenerci compagnia insomma con 25 condivisioni, a suon di hashtag #25giorniacasa – come fosse un grande calendario dell’avvento collettivo. Prendetelo per quello che è: un gioco».

L’attività di oggi, martedì 10 marzo è: componi un haiku con le coste dei libri.

Per me, curiosa di componimenti brevi, è un invito a nozze. Ho ripensato a una poesia dorsale che, per gioco, avevo composto tanto tempo fa con le coste di cinque libri.

Mi è bastato ora riprenderne soltanto tre per un haiku che mi sembra adatto a questo tempo.

#25giorniacasa by Be Unsocial - 10 marzo - haiku

Tesoro, qui è tutto una follia

La vita è come un dente

Sto sulla riva dell’acqua e sogno

(John Fante – Boris Vian – John Fante)

#iorestoacasa: il coro cantava da un pezzo

Al momento, come potevamo aspettarci, c’è una fiumana di contenuti digitali a tema #iorestocasa, con proposte e consigli da ogni parte su come passare il tempo a casa: l’argomento culturale è quello più scomodato. D’altra parte, in questo flusso di comunicazione finisco con l’inserirmi adesso anch’io.

Fuori dal coro allora ci metto mia nonna Agnese. Classe 1939 e una vita che oggi avrebbe steso parecchi di noi già a quarant’anni. Agnese in questi giorni sta macinando decine di serie tv insieme ai miei genitori pensionati, fa la maglia, parla al telefono, e poco altro perché la sua capacità di movimento fisico è assai ridotta. Probabilmente, se desse un’occhiata ai social e leggesse i consigli su come passare il tempo a casa, a un certo punto alzerebbe il suo sguardo occhialuto e, guardandoci di traverso, ci direbbe: «E che avete scoperto, l’acqua calda?». Un modo di dire molto in uso per deridere la banalità di un’affermazione. Sarà un plastismo?