Scrivere e cucinare. C’è differenza?

Di che si tratta

Scrittura e cucina hanno qualcosa in comune. Sono in ballo ingredienti da dosare con cura, spazi da usare, tempi da controllare, e tutta una creatività di sapori, odori, colori, consistenze da esprimere. Oltre il bisogno di nutrirsi, l’obiettivo è il piacere.

Quando insegnavo italiano a stranieri, una delle fasi iniziali della lezione era il diagramma a ragno (Spidergram). Scrivevo e cerchiavo la parola chiave del giorno al centro di un cartellone, o della lavagna, e invitavo gli studenti a trovarne altre per libere associazioni di idee, tracciando delle linee a partire dal centro. Ogni nuova parola poteva essere l’inizio di una costellazione, oppure crescere in una frase.

Non importava, in quel momento e per quell’obiettivo, che gli studenti dicessero e scrivessero correttamente le parole che avevano in testa; a quella festa, Ortografia e Fonetica non erano ancora ospiti gradite. Non era importante nemmeno che conoscessero tante parole, ma solo che le cercassero fra quelle già presenti nella propria testa, senza l’aiuto del dizionario.

Per esempio, se l’obiettivo del giorno era che gli studenti prendessero confidenza con l’uso alternato di verbi al passato prossimo e all’imperfetto, la parola chiave più azzeccata per lo spidergram era “Infanzia”, perché il racconto dei ricordi d’infanzia è una cornice narrativa ideale per poter praticare con naturalezza i due tempi dell’indicativo, sia nello scritto che nel parlato.

diagramma a ragno

Dopo esserci preparati ad accogliere le parole, leggevamo un brano di Natalia Ginzburg, oppure ascoltavamo un’intervista a Valeria Moriconi che raccontava la sua infanzia. Alla fine della lezione, gli studenti erano in grado di raccontare i loro ricordi d’infanzia. Custodisco ancora tutti i loro scritti e la registrazione delle loro voci.

Scrivere

Faccio i diagrammi a ragno anche oggi che non insegno quasi più la mia lingua ai non nativi. Lo faccio soprattutto per me, per aiutarmi a pensare meglio nel lavoro, ma mi capita di farlo anche durante alcune riunioni importanti con i collaboratori.

Ho provato a fare lo stesso con la parola “scrivere“, che è l’argomento di questo articolo. Il mio foglio, però, è rimasto vuoto. Provo una massa liquida di sentimenti e stati d’animo che mi fa esitare: amore, tranquillità, confusione, imbarazzo, rispetto, timore, ansia, devozione, inadeguatezza. Potrei continuare, ma non vedrei la fine, né io che sto scrivendo, né tu che stai leggendo. Mi sento un po’ straniera.

Scriventi e scrittori allo scrittoio

scrivere
Photo by rawpixel.com on Unsplash

Claudio Giunta, nella sua intervista andata in onda su Rai Radio 3 lo scorso 21 febbraio, ha usato spesso le parole “scriventi” e “scrittori“. Ho raccontato questa intervista in un articolo su “Come non scrivere”, che è anche il titolo del suo ultimo libro (UTET 2018).

Il modo in cui Giunta usa le due parole è intuibile: scrivente è chi scrive, quindi chiunque sia alfabetizzato, e scrittore è chi scrive per mestiere, quindi un autore. Mettersi d’accordo su cosa faccia di uno scrivente uno scrittore, è un’altra faccenda e a sbrogliarla non ci penso nemmeno.

Cucinare

Passiamo dallo scrittoio ai fornelli. Scrivere e cucinare si assomigliano, un po’. Sono in ballo ingredienti da dosare con cura, spazi da usare, tempi da controllare, e tutta una creatività di sapori, odori, colori, consistenze da esprimere. Oltre il bisogno di nutrirsi, l’obiettivo è il piacere, proprio e degli altri.

Ti ricordi Davide Mengacci, quando nei suoi programmi televisivi diceva: «Non sono un cuoco, sono un uomo che cucina»?

Casalinghi e chef ai fornelli

cucinare
Photo by Clem Onojeghuo on Unsplash

Alberto cucina spesso il pesce a casa sua con gli amici. Mario ha fatto un corso di cucina e sa come cucinare il pesce meglio di altri. Claudia lavora come aiuto cuoco nella cucina di un ristorante. Simone ha vinto l’ultima edizione di Masterchef. Mauro è lo Chef del ristorante Uliassi, che poi è il cognome di Mauro.

Amore, dove vuoi andare a cena stasera?

Se tu potessi scegliere, senza avere il cuore più pesante per il portafoglio più leggero, fra una cena a casa di Alberto e una da Uliassi, pagheresti 165 euro per una (una) degustazione di pesce preparata da Mauro?

Il mio compagno, sì. Una volta sola. Mi ci ha portato nei primi mesi in cui stavamo insieme, dopo avermi precisato che quello, per lui, era un investimento per una strategia di relazione di coppia di durata almeno quinquennale e che l’Albanella di molluschi e crostacei non l’avrei rivista prima di cinque anni. Non con lui, almeno.

La bottiglia d’acqua minerale costava 5 euro. Il profumo dell’Albanella di molluschi e crostacei, non me lo ricordo, però ci ricordiamo l’Albanella tutta.

scrivere
Mauro Uliassi, Albanella di molluschi e crostacei
Fonte immagine: www.altissimoceto.it by Viaggiatore Gourmet

A proposito di consistenze

Fra i dessert di Uliassi, c’è un piatto che si chiama “La nocciola nelle sue consistenze”. Quando le ho assaggiate, tutte le consistenze della nocciola, ho pensato agli Esercizi di stile di Raymond Queneau e ai suoi 99 modi di raccontare la stessa cosa.

Il Dizionario Analogico della Lingua Italiana della Zanichelli è «un prezioso arnese di lavoro per trovare la parola giusta. […] una specie di social network delle parole che cerca di favorire la loro vita di relazione attraverso catene nomenclatorie» (Aldo Grasso sul Corriere della Sera). Non è un dizionario di sinonimi. È simile, piuttosto, al diagramma a ragno. Allarga le parole in una ragnatela di caratteristiche, azioni connesse, modi di dire, parole e frasi collegate. Costruisce la trama (lucente). Aiuta chi scrive a trovare la precisione, e la consistenza giusta.

Dizionario Analogico della Lingua Italiana
Estratto PDF disponibile online: staticmy.zanichelli.it

La scrittura, per scriventi e scrittori

Da quando iniziamo ad andare a scuola con la penna e il quaderno nello zaino, ci chiamiamo tutti Alberto. Con la penna, o la tastiera, avremo un rapporto per il resto della vita.

È un rapporto che cambia nel tempo, nello spazio, nelle risorse disponibili. Così che ognuno di noi, in base alla propria carta di identità personale e professionale, ha non soltanto un rapporto con la scrittura diverso da quello di tutti gli altri, ma una percezione di che cos’è, un immaginario che si forma davanti alla parola “scrivere”. Il tuo immaginario qual è?

Scrivere è difficile per tutti noi scriventi, perché la scrittura ce l’abbiamo nelle mani come farina e uova da impastare.

Il risultato finale è una questione di lievitazione.

scrivere e cucinare
Photo by Ariel da Silva Parreira on FreeImages.com

Il lavoro ai tempi delle “soft skills” (Storia di Anna, Bianca e Giacomo)

Di che si tratta

“Il curriculum dice cosa hai studiato e cosa hai fatto nel mondo del lavoro. Ma tu chi sei?”. Un articolo sul mondo del lavoro ai tempi delle “soft skills”: il punto di vista di chi compila il curriculum con la speranza di trovare un lavoro e il punto di vista di chi lo legge con la speranza di trovare una storia nuova …

“Soft skills”: come valutarle nel mondo del lavoro? Come considerare la flessibilità e la creatività di una persona? Con quali criteri misurare la sua capacità di definire i propri obiettivi? Che dire, poi, del suo temperamento? Quale peso dare alla sua capacità di gestire il tempo, lo stress, i problemi, le relazioni?

Il curriculum dice cosa hai studiato e cosa hai fatto nel mondo del lavoro. Ma tu chi sei? 

curriculum
Photo by Jessica Ruscello on Unsplash

Storia di Anna, Bianca e Giacomo

Anna, Bianca e Giacomo sono stati compagni di liceo. Insieme, hanno attraversato il pantano dell’adolescenza negli anni segnati dal rosso e dal blu della temuta matita a due punte.

In quegli anni, a scuola, la matita a due punte usata dai professori per la correzione dei compiti sanciva che l’errore ha due colori: rosso per gli errori di poco peso, perdonabili; blu per gli errori gravi e deplorevoli.

Il “Team Working”, quando non c’era

I tre amici avevano messo a punto un metodo di lavoro di squadra per smaltire le numerose versioni di latino e greco assegnate per le vacanze. Di solito, la lunghezza di ogni versione andava dalle 15 alle 20 righe, secondo i picchi di insofferenza della professoressa al proprio lavoro.

Anna, Bianca e Giacomo si riunivano per “sporzionare” il lavoro – così dicevano loro, “sporzionare”, come la pizza della ricreazione. Ognuno dei tre si occupava di una fetta di Cicerone o di Plutarco. Poi avveniva lo scambio delle competenze e il confronto.

Anna

Per ogni versione, Anna, che era quella con le migliori capacità di organizzazione del lavoro, aveva il compito più delicato di fare una prima lettura veloce per capire il senso generale e dividere il testo in tre parti, una per sé (di solito, la prima), una per Bianca e una per Giacomo, stando ben attenta che la distribuzione delle quantità di righe fosse equa.

Bianca

Dopo che ognuno aveva lavorato in autonomia alla propria porzione di testo, interveniva Bianca, che rileggeva tutto in sequenza e lavorava di sinonimi. La sua specialità, infatti, consisteva nel trovare la soluzione più adeguata per sostituire alcune parole e frasi in italiano, ed evitare così che le tre traduzioni risultassero identiche durante la correzione (l’esperienza insegnava che a traduzioni identiche veniva assegnato d’ufficio un tratto di matita blu).

Giacomo

Giacomo si occupava della coerenza dell’assemblaggio finale: il discorso filava o no? C’era una logica nella struttura delle frasi? Il suo forte, inoltre, era la contraffazione. Infilava al posto giusto qualche errore di poco peso (matita rossa), distribuito qui e là nei tre testi. Siccome Bianca, da sola, in latino e greco se la cavava meno bene degli altri due, per lei Giacomo decideva anche un bell’errore blu conforme ai suoi voti.

Il bello del “Team working”, quando non sai cos’è

lego serious play
LEGO® SERIOUS PLAY® Methodology – Photo by Rick Mason on Unsplash

Tempi e risorse risultavano ottimizzati, le capacità personali di ognuno arricchivano quelle dei compagni di squadra, le versioni di latino e greco andavano bene, ognuno raggiungeva il proprio obiettivo in maniera verosimile, e tutti e tre si godevano meglio le vacanze.

Ma c’era di più: in quelle riunioni, Anna, Bianca e Giacomo si divertivano da matti. Quando possibile, alcuni principi del metodo venivano replicati anche durante i compiti in classe, però con prudenza in alcuni delicati passaggi di informazione (Giacomo era il più prudente di tutti).

Alla maturità capitò la versione di latino, un brano dal De Architectura di Vitruvio. Anna, Bianca e Giacomo non avevano mai tradotto quell’autore prima di allora, né potevano in quell’occasione rischiare l’applicazione del metodo.

Se la sono cavata tutti e tre, è andata bene a ognuno secondo i propri mezzi, ma nessuno si è divertito, né ha qualcosa di bello da ricordare. Dopo la maturità, si sono persi di vista per un po’.

Anna, Bianca e Giacomo. Adesso.

Anna, Bianca e Giacomo si sono ritrovati diversi anni dopo. Adesso vanno a cena insieme il sabato sera, qualche volta anche con i rispettivi compagni (Giacomo si è sposato e ha un figlio, Bianca convive, Anna è sola). Si confidano, si aiutano, si raccontano le giornate. Qualche volta, per gioco, si “sporzionano” le versioni di latino e greco uscite negli ultimi esami di Stato. Sono un po’ arrugginiti con le lingue classiche, ma il metodo funziona ancora. Si fanno i “selfie” insieme su Instagram e su Facebook.

Anna

Anna si è laureata in lingue a Venezia, a pieni voti e in tempi rapidi. Dopo un dottorato di ricerca in scienze del linguaggio con una borsa di studio, ha fatto anche un master in traduzione e interpretariato, facendo nel frattempo una raffica di ripetizioni di inglese e tedesco a ragazzi delle scuole superiori. Ha tradotto diversi libri dall’inglese all’italiano e ha avuto degli incarichi come interprete in Germania. Infine è tornata in Italia, dove è rimasta senza lavoro.

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Photo from: 100musicalfootsteps.wordpress.com

Adesso Anna insegna inglese in alcuni istituti privati, fa qualche traduzione e, per il resto del tempo, si lamenta dello stato della cultura nel nostro Paese.

Bianca

Bianca non ha finito gli studi di architettura a Roma. Ha lasciato l’università e ha iniziato a lavorare come cameriera in un ristorante. Ha preso un monolocale in affitto e per diverso tempo ha fatto un po’ di tutto: segretaria, baby-sitter, barista, bigliettaia. Poi ha seguito dei corsi di formazione per diventare guida turistica e qualche corso di scrittura creativa. Ha viaggiato molto e ha imparato il tedesco grazie a un fidanzato di Colonia. Lavora saltuariamente e, se occorre, fa più di un lavoro alla volta. Legge molto, si nutre di letture di ogni tipo, cerca nel web qualunque cosa le serva.

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Photo by Mike Petrucci on Unsplash

Adesso Bianca collabora con un’agenzia di marketing e comunicazione, dove cura l’organizzazione di eventi, ed è sempre alla ricerca di nuovi stimoli.

Giacomo

Giacomo si è laureato in ingegneria informatica a Firenze. Non aveva voglia di completare la carriera universitaria e abilitarsi alla professione. Per questo, due mesi dopo la laurea triennale, ha trovato subito lavoro come programmatore nella ditta dove aveva fatto uno stage per la tesi. Ci lavora ormai da diversi anni, ha uno stipendio e un orario di lavoro che gli permettono di organizzare il proprio tempo da dedicare alle passioni di sempre (la chitarra e le escursioni in montagna).

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Photo by Ilya Pavlov on Unsplash

Adesso Giacomo comincia a essere un po’ stanco, non sopporta più il suo capo e il clima in ufficio non lo aiuta a lavorare bene. Per il momento si tiene il lavoro che ha (“di questi tempi …”), ma vorrebbe cambiare e ha iniziato a mandare qualche curriculum.

“Soft skills”. Perché è difficile parlarne

Scrivere di curriculum e “soft skills”, oggi, mi rimane difficile per due ragioni.

La prima ragione è che c’è già chi lo fa. In questa lista ho raccolto alcuni contenuti utili e ti ringrazierò se vorrai aiutarmi a tenerla aggiornata:

  1. Rudy Bandiera in un suo video su LinkedIn: Come costruire un curriculum efficace (30/01/2018);
  2. Riccardo Scandellari nel suo blog: Hai un ottimo curriculum? non basta! (13/12/2017);
  3. Francesca Contardi sul Sole 24 Ore: Soft skills: l’arte fin troppo sottovalutata di comunicare bene (05/10/2017);
  4. Livia Liberatore su Business Insider, Flessibilità, creatività e… Le “soft skills” sempre più richieste nei colloqui di lavoro (26/01/2017);
  5. Elena Dall’Amico per VHSM, Quali sono le Soft Skill più richieste dalle imprese? Indagine transnazionale sulle richieste del mercato del lavoro rispetto a professionalità medio-alte e migranti, (Report gennaio 2016).

La seconda ragione è che, rispetto a un po’ di tempo fa, sulla mia bilancia la pesa del curriculum ha un valore minore (minore, non inutile). D’altro canto, le “soft skills” sono, a prima vista, evanescenti e impalpabili. Che fare?

Quanto ce l’hai lungo, il curriculum?

Non lo nascondo: per un certo numero di anni ho lavorato al mio curriculum con insano e ottuso orgoglio.

“‘Soft skills’? Ma per favore! (e poi che roba è?)“. Nutrita di studi, provvista di titoli, definita da esperienze di lavoro pertinenti al mio profilo iniziale, quello per cui mi ero formata, io ritenevo di avere diritto di accesso preferenziale alle strade professionali che mi interessavano (fa ridere, vero? A me sì).

Non avevo capito niente. L’ho scoperto grazie a un nuovo lavoro, nel campo della gestione d’impresa in ambito formativo. L’ho scoperto in un momento in cui stavo iniziando a percepire che qualcosa non funzionava e quindi a cambiare atteggiamento.

Il nuovo lavoro – svolto con lo scrupolo e il senso di responsabilità che la natura mi ha dato in sorte, ma al tempo stesso con la pace dell’imperfezione e con la consapevolezza della provvisorietà di ogni condizione personale e professionale – mi ha portato a stare dalla parte di chi, i curriculum, li riceve. Mannaggia.

Grazie per la tua candidatura. Ma tu chi sei?

curriculum
Screenshot from Revolutionary Road (USA 2008). Source: rednow.com

Il mio archivio trabocca di curriculum ricevuti negli ultimi due anni. Rispetto al tipo di lavoro per il quale questi curriculum finiscono nel mio archivio, alcuni sono prestigiosi, altri modesti, altri imbarazzanti. Nessuno, tuttavia, mi fornisce informazioni davvero utili su chi avrò davanti al colloquio, motivo per cui al colloquio chiamo persone con curriculum prestigiosi, modesti e imbarazzanti.

In passato, sarei stata una candidata col curriculum prestigioso e arrabbiata con il mondo del lavoro: sono qui, granitica nel mio ruolo, e non mi sposto di un passo. Oggi, credo, sarei una candidata che tara e ritara il suo curriculum in base ai lavori che vuole fare e alle persone con cui dovrà parlare: sono qui, dimmi di cosa hai bisogno e mi impegnerò a farlo. Non è detto che ci riesca, però l’idea è questa.

In tutta sincerità, a volte faccio fatica anche adesso a “mollare il personaggio” (qualcuno dei miei amici più cari lo direbbe in un modo più franco, un modo che ha a che fare con un deretano e un manico di scopa). Però è importante togliersi la giacca, allentare i lacci delle scarpe, fare come quando torni a casa e nessuno ti vede, perché noi siamo soprattutto quello che facciamo quando nessuno ci sta guardando.

Bill Self picking his nose.
Bill Self picking his nose. Photo from: thebiglead.com

Il lavoro ai tempi del “Digital Personal Branding”

Dedico molta attenzione anche al tipo di vita digitale delle persone che vogliono lavorare con me e di quelle con cui voglio lavorare io. Voglio sapere, per esempio, quali canali usano di più e come li usano; che genere di contenuti pubblicano; cosa è di loro interesse; come si comportano sui social e come si esprimono quando commentano i post degli altri. Probabilmente qualcuno non sarà d’accordo su questo. Però è così. Se sei nel web, hai una responsabilità (se non ci sei, hai un problema).

Non saprei definire in maniera chiara e decisiva cosa sono le “soft skills” e perché sono determinanti per chi cerca lavoro e per chi cerca candidati, ma mi sono resa conto che, quando parlo con qualcuno per scopi lavorativi, misuro una delle “soft skills” con il modo in cui raccontiamo la nostra storia.

Sezionata e schedata in un curriculum, la nostra storia è piuttosto banale e noiosa.

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Quello che abbiamo nel curriculum di Anna, Bianca e Giacomo è una radiografia del loro operato. Sappiamo cosa hanno fatto finora nello studio e nel lavoro. Ma come hanno determinato le loro strade? Con quale tipo di intelligenza hanno fatto le loro scelte? Che persone erano quando si scambiavano le versioni di Cicerone e Plutarco? In quali persone si sono trasformate negli anni successivi? Cosa hanno fatto affinché gli anni successivi fossero quello che sono stati e cosa hanno intenzione di fare affinché gli anni futuri siano quelli che loro vogliono oggi? Ma soprattutto: cosa vogliono oggi?

Non ho detto che è facile. Forse, Anna, Bianca e Giacomo non hanno ancora capito perché qualcuno dovrebbe scegliere loro e non altri. Il loro curriculum, in effetti, non lo dice o non lo dice abbastanza.

“You are not your resume”

Poi è arrivato Seth Godin e questo mio articolo non ha più speranza di servire a qualcosa. Qualche giorno fa, Seth ha pubblicato un post di 95 parole nel suo blog, il quale, al contrario del mio, possiede la grazia della sintesi e la dote della perseveranza.

“Where did you go to school?”

An interesting question, perhaps, but irrelevant to a job interview.

The campus you spent four years on thirty years ago makes very little contribution to the job you’re going to do. Here’s what matters: The way you approach your work.

What have you built? What have you led? How do you make decisions? What’s your reserve of emotional labor like? How do you act when no one is looking?

You are not your resume. You are the trail you’ve left behind, the people you’ve influenced, the work you’ve done.

Posted by Seth Godin on January 26, 2018

Sia benedetto Seth Godin. Potremmo citare il suo post nel nostro curriculum, alla nuova voce “Perché io“. Ma poi girerebbero migliaia di curriculum con la stessa citazione di Godin e saremmo tutti punto e a capo, chi cerca e chi recluta, chi manda il curriculum con la speranza di trovare un lavoro e chi lo riceve con la speranza di trovare una storia nuova.

Quindi possiamo fare di meglio: raccontiamola a modo nostro. Sulla carta, nel web, nei colloqui di persona. Magari facendo attenzione al numero di parole, perché il mondo va più veloce di noi e non ha tempo, se la storia non è interessante.

“Intanto prendavamo contatti”. Come parlano i formatori

Di che si tratta

Qual è stato l’ultimo corso o evento di formazione a cui hai partecipato? Cosa ricordi? Cosa ti è stato più utile? In questo articolo ti racconto cosa ho notato in quelli che ho frequentato io, che ho un brutto vizio. Ecco come è andata.

Qual è stato l’ultimo corso o evento di formazione a cui hai partecipato? Cosa ricordi? Cosa ti è stato più utile? In questo articolo ti racconto cosa ho notato in quelli che ho frequentato io. Troverai una riflessione su:

  1. Corsi ed eventi di formazione dedicati alla comunicazione nel web;
  2. Il rapporto fra chi compra e chi vende formazione;
  3. Come parlano i formatori nei loro corsi;
  4. Un problema che ho incontrato;
  5. Una soluzione che ho trovato;
  6. Una proposta indecente.

1. Svegliarsi la mattina con la voglia di partire

partire
Photo by Karsten Würth (@inf1783) on Unsplash

Negli ultimi due anni ho seguito 14 corsi ed eventi di formazione personale e aziendale, in aula e online, nel settore in cui ne ho sentito più bisogno.

I temi ricorrenti di questi due anni a colpi di slides: digital personal branding, content marketing, social media marketing, tecniche di vendita e di persuasione, tecniche di scrittura digitale, gestione del team di collaboratori, gestione della relazione con il cliente, gestione delle proprie “skills”, gestione del tempo, gestione dei cattivi pensieri, e tante altre cose che iniziano con la parola “gestione”.

Come sopravvivere agli eventi di formazione

L’ho già scritto in un altro articolo: la formazione non serve a niente, se non produce un cambiamento utile per sé e per altre persone.

Scegliere gli eventi con parsimonia è la decisione personale di Cristiano Carriero, storyteller (“di mestiere, incolla le persone ai testi”). Per me è anche un ottimo consiglio da seguire, se non si vuole diventare ascoltatori stanchi e – aggiungo io – un po’ sfiduciati. Prendere pause di respiro dall’apnea degli eventi di formazione aiuta a sceglierli con maggiore lucidità.

Non tutti gli eventi di formazione favoriscono la crescita. Questo non è sempre e soltanto responsabilità del formatore, come non è sempre e soltanto responsabilità dell’ascoltatore.

Dove sta il punto di convergenza fra il bisogno di formazione dell’ascoltatore e il bisogno di fatturato del formatore?

2. “Buyer Personas”

Chi sono le persone interessate a compiere un’azione d’acquisto nel settore della formazione personale e aziendale? Cosa fanno? Qual è la loro giornata tipo?

buyer personas
Fonte: www.gamehouse.com

Prendiamo una persona che conosco, e di cui ho l’autorizzazione a divulgare i dati. Profiliamola, cioè creiamo un prototipo di pubblico potenziale basato sul suo profilo.

Per farlo, possiamo usare alcune voci della carta d’identità creata da Stefania Vignaroli in un suo articolo su Pennamontata. Io ne ho riviste alcune e ne ho aggiunte di nuove, allo scopo di ottenere un profilo più dettagliato su alcuni aspetti importanti che, nel tempo, hanno portato a ridefinire l’attuale “buyer persona” e a orientarne nuovi bisogni e obiettivi.

Informazioni personali

  • Nome: Unapersonacheconosco.
  • Età: 36.
  • Sesso: donna.
  • Dove vive: in un paesino costiero sul confine fra Marche e Abruzzo.
  • Dove ha vissuto: Roma, L’Aquila, Siena, Wolverhampton.
  • Famiglia: padre pensionato ex dipendente statale, madre insegnante statale, fratello ingegnere. Ha un compagno, ingegnere web per aziende. Non ha figli.
  • Formazione: laureata in linguistica, specializzata in didattica dell’italiano a stranieri.
  • Lavoro attuale: manager di filiale di un’azienda internazionale che vende corsi di inglese per bambini e ragazzi dai 3 mesi ai 19 anni.
  • Lavori precedenti: insegnante di italiano per stranieri in ambienti universitari.
  • Potere d’acquisto: medio.

Profilo

  • La sua giornata tipo: si sveglia fra le 7 e le 8 del mattino e accende il computer. Inizia la giornata lavorando principalmente a casa, a meno che non abbia appuntamenti con nuovi clienti o riunioni con i collaboratori. La mattina si dedica alla progettazione di campagne pubblicitarie e di eventi, alla creazione di contenuti web che raccontano e promuovono la brand aziendale, al controllo del database dell’attività, alle e-mail. Poi va in macchina ad Ascoli Piceno (a 35 km da dove abita), nella sede del Centro che dirige. Qui passa il pomeriggio a contatto diretto con i clienti. Torna a casa fra le 20 e le 21.
  • Dimestichezza con il computer: medio-alta.
  • Ha un suo sito web? Sì.
  • Gestisce siti web non suoi? Sì.
  • Quali social media utilizza di più? Facebook, LinkedIn, Twitter.
  • Esigenze: ha bisogno di sfruttare in maniera più consapevole ed efficace le proprie capacità di scrittura per adattarle alle dinamiche del web.
  • Obiettivi: vuole collaborare con agenzie di comunicazione per raccontare la storia di persone e aziende.
  • Timori: teme di scegliere eventi di formazione inadatti ai suoi bisogni e quindi di sprecare i suoi risparmi, il suo tempo e il suo entusiasmo.

Obiettivi e sfide

  • Cosa sta cercando: un formatore che non vuole venderle il suo ultimo libro o, se non ha scritto un libro, che non vuole il like ai post della sua pagina Facebook.
  • In che modo ottiene informazioni sulle proposte formative: leggendo blog, facendo ricerche su Google, ascoltando i pareri di amici e colleghi.
  • Come può aiutarla il formatore: con una formazione individuale.
  • In che modo può fidelizzarla il formatore: rimanendo un punto di riferimento, dopo la formazione, nel supporto al suo lavoro; coinvolgendola in progetti.
  • Quale tono di voce utilizzare: informale, ma non colloquiale; semplice, ma non semplicistico; autorevole, ma non pedante.

Il concetto di “buyer persona” è più ampio, più complesso, di quello di “target”. La “buyer persona” ha interessi, abitudini, convinzioni e credenze, comportamenti di acquisto, atteggiamenti sociali, approcci digitali e, fermi tutti: ha pure emozioni!

Profilare è sufficiente a convertire?

Se Unapersonacheconosco, e come lei anche le “personas” simili, è sempre stata ben disposta a investire tempo e denaro in formazione, ma oggi molto più che in passato tende alla diffidenza iniziale verso le offerta formative: evidentemente no, individuarla non è sufficiente a portarla all’acquisto.

L’esperto di marketing questo lo sa bene. Se è un serio esperto di marketing, poi, allora è esperto anche di altre cose.

“Chi sa solo di marketing, non sa niente di marketing”

Rovinata dal battesimo accademico in un settore assai lontano dal (e anzi ostile al) marketing, ho creduto a lungo che la verticalità della conoscenza fosse un punto di forza. Chiaramente mi sbagliavo e ho avuto la fortuna di accorgermene. Questo l’ho scritto in risposta a un post LinkedIn di Rudy Bandiera.

Quello che mi piace del marketing ben fatto è proprio il suo legame stretto con le persone.

Probabilmente, anzi, da umanista reduce e riciclata, che in passato spaginava trattati di sociolinguistica, di dialettologia e di filologia moderna, di antropologia, di semiotica – insomma, di tutte quelle scartoffie spesso polverose e incomprensibili che non servono a niente, – ho individuato un’area di intersezione ammaliante fra due sfere che prima visualizzavo distanti e non comunicanti: il marketing e il linguaggio. Meglio dire “linguaggi”, perché non di solo linguaggio verbale si tratta.

Resto, in ogni caso, una profana del marketing, sebbene per lavoro io ci faccia i conti quotidianamente e malgrado i corsi di formazione.

Unapersonacheconosco, quella che abbiamo profilato sopra con l’aiuto della carta di identità di Pennamontata, mi assomiglia in modo impressionante. Io e Unapersonacheconosco abbiamo in comune anche un brutto vizio, che ci rende pessime al prossimo: quando andiamo a un corso o un evento di formazione, ci cade l’occhio o l’orecchio su come parlano i formatori.

È a questo bivio che tu, Formatore, puoi farmi tua per sempre o decidere di rinunciare a una fetta appetitosa di quello che è o potrebbe essere il tuo mercato.

Photo by Mike Pellinni on Unsplash

3. Formatore, come parli?

Unapersonacheconosco è una molesta rompipalle. Questo si poteva sospettare già a partire dal suo profilo, prima ancora di averci a che fare. D’altra parte lei sa che, se non sta attenta a come si pone nel web e fuori dal web, corre il rischio di essere spiacevolmente assimilata al pubblico delle “maestrine dalla penna rossa del social networking” (che brutta cosa!).

Peggio ancora, forse, c’è il rischio di farsi attribuire quel fastidioso snobismo salottiero, da nicchia morettiana ormai sconfitta e sorpassata.

Il Formatore, se vuole conquistare l’attenzione di Unapersonacheconosco e assicurarsi il suo coinvolgimento, dovrà quindi curare la sua comunicazione sotto diversi aspetti. L’obiettivo del Formatore, infatti, è bloccare l’attività schizofrenica di “scrolling” che Unapersonacheconosco compie quotidianamente col dito sulla homepage di LinkedIn, Facebook e Twitter (anche durante il corso di formazione).

Sono d’accordo con Riccardo Scandellari: come lo comunichi è più importante di quello che comunichi, «si tratta di trovare una propria “voce” che si faccia ricordare».

Costruire e mettere a punto uno stile comunicativo riconoscibile, e quindi un linguaggio proprio e inconfondibile, ha forse qualche relazione anche con la lingua che si sceglie di usare?

4. Potente è il linguaggio, ma la lingua?

C’è una cosa che ho notato in più di uno dei 14 corsi ed eventi di formazione personale e aziendale seguiti negli ultimi due anni.

Nel “public speaking”, il Formatore ha un linguaggio potentissimo, fatto di gestualità e intonazioni provate e riprovate, di pause studiate, di domande mirate, di un repertorio di esempi collaudati, di risate e di silenzi del pubblico accuratamente previsti e orientati. Il Formatore è attento a quello che succede in sala; fa alzare e muovere il pubblico quando lo vede stanco; sa portare l’attenzione esattamente dove vuole e, se c’è un comportamento inatteso, sa come scansarlo o sfruttarlo, secondo il momento e il bisogno (suoi).

Michael Keaton in "The Founder"
Michael Keaton in “The Founder” (USA 2016) – Fonte: http://www.cinemum.net

Tuttavia, c’è spesso o quasi sempre una buccia di banana a intralciare la luccicante passerella del suo discorso: l’italiano. 

Anche a lui, Formatore consumato, può capitare di scivolare, che so, sulla coniugazione di un verbo all’imperfetto, per esempio: “prendavamo” al posto di “prendevamo”. Unapersonacheconosco, all’improvviso, si distrae dall’incanto dell’ascolto, come se avesse preso un pugno in faccia. Ma come? Le avevano detto che il Formatore è bravissimo!

Il Formatore, in effetti, è bravissimo nel suo mestiere. Sebbene le cose che dice non possano essere tutte interessanti né tutte sorprendenti per tutti gli ascoltatori presenti, sa di cosa parla e sa coinvolgere chi lo ascolta. Unapersonacheconosco, quindi, decide di non dare peso a una svista che è anche piuttosto diffusa, forse di origine regionale. Perciò torna a immergersi nell’ascolto di ciò che non sa, in cui non è competente. Ma, più avanti, il Formatore incappa in un’altra buccia di banana e scivola su “mettavamo”. Unapersonacheconosco comincia a stare scomoda sulla sedia. Poco dopo, il Formatore proietta una slide. La slide contiene una frase impataccata da un apostrofo, che spicca come un foruncolo su una faccia incipriata: “Qual’è la tua sfida?”.

Ma veramente, ancora ‘sta storia? Non può essere un’altra buccia di banana (magari è uno scherzo per vedere se stiamo attenti, o se abbiamo un’opinione). L’emozione di Unapersonacheconosco, in ogni caso, è ormai troppo forte: quella del formatore pare una trascuratezza sistemica. La spaccatura fra i due diventa più profonda, i rispettivi valori non sono più condivisi: è iniziata la crisi della fiducia.

Cosa fare adesso?

5. La Crusca risponde (se domandi)

Accademia della Crusca
Archivio Digitale Accademia della Crusca –
Fonte: adcrusca.it/

Quei pignoli dell’Accademia della Crusca, pensate, mettono a disposizione di tutti un servizio online di consulenza linguistica. Una redazione di linguisti dedica gratuitamente una parte del proprio tempo a leggere le domande degli utenti e a rispondere. Quando ho un dubbio, io vado lì. Se non trovo quello che cerco, sfoglio l’agile Garzantina di Luca Serianni.

Come molti formatori, anche quelli della Crusca hanno pubblicato un paio di libri, La Crusca risponde in 2 volumi, ma chiaramente non sono stati bravi a venderli.

Alla fine, io e Unapersonacheconosco siamo incerte se dare retta al quel vecchio articolo del buon Lercio: L’Accademia della Crusca si arrende: “Scrivete qual è con l’apostrofo e andatevene affanculo”.

6. La soluzione: allearsi

Dopo tutto, come mi è stato fatto opportunamente notare, a volte conviene conoscere un po’ meno l’italiano e avere intraprendenza e un’idea geniale per fare business? Io un’idea geniale per fare business non ce l’ho, ed è per questo che mi sento intimamente sollevata al pensiero che innovatori e avanguardisti del business un’idea ce l’abbiano.

In nome del sacrosanto principio della reciprocità, infatti, io voglio dare qualcosa in cambio: mi rendo disponibile a mettere due verbi al posto giusto nelle storie degli altri.

scimpanzè
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Stammi bene. 5 spunti per l’anno nuovo

Di che si tratta

Anno nuovo in arrivo: è la giornata mondiale dei bilanci e dei propositi. Misuriamo i risultati; valutiamo gli obiettivi raggiunti e mancati; profiliamo nuovi itinerari di viaggio e intenzioni di miglioramento. Sta’ bene e andrà tutto bene: 5 spunti.

misurare i risultati
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Anno nuovo in arrivo: è la giornata mondiale dei bilanci e dei propositi. Misuriamo i risultati; valutiamo gli obiettivi raggiunti e mancati; profiliamo nuovi itinerari di viaggio e intenzioni di miglioramento.

In questi termini, io non ho né bilanci né propositi su cui ragionare. Dal mio punto di vista, a ognuno di noi sono successe delle cose quest’anno e ne succederanno delle altre nel prossimo. Alcune di queste cose sono state e saranno determinate dalla propria azione.

Pensare al tempo come a un flusso continuo, senza la spaccatura storica segnata da uno spumante di mezzanotte, aiuta a percepire la fluidità del cambiamento. Ciò non toglie la piacevolezza di un brindisi di Capodanno con i propri cari, purché non prevalgano pensieri cupi, quelle considerazioni spiraliformi che girano intorno a un problema che c’è, c’è stato, ci sarà, ci potrebbe essere, oppure che non c’è.

Sta’ bene e tutto andrà bene.

Ho trovato cinque spunti di riflessione per me che voglio condividere con te. Sarò contenta se alla fine vorrai fare altrettanto.

punti di vista
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1. Dare un consiglio e seguirne due

Alla gente piace dare consigli di ogni tipo, richiesti e non.

Piace anche riceverne, ed è per questo che il web trabocca di domande e risposte su come fare qualsiasi cosa. Chiedi a Quora.

Quora è una piattaforma dedicata all’informazione fondata da due ex dipendenti di Facebook nel 2009 e resa accessibile al pubblico nel 2010, disponibile in versione italiana da maggio di quest’anno. Tutti gli utenti possono pubblicare domande e risposte su qualunque argomento. In altre parole, Quora è concorrente di Yahoo! Answers, ma ho notato che i suoi utenti sono più preparati e scrivono correttamente “Qual è?”.

I consigli ci servono.

Ci serve darli e ci serve riceverli. Forse più spesso ci serve darli; ci aiuta a sentirci utili. Ascoltare e seguire i consigli che riceviamo è più difficile. Sì, perché “nel mio caso però è un po’ diverso”. I nostri casi sono sempre tutti diversi da quelli degli altri, più complessi, meno definiti, predestinati, a volte ci piacciono perfino così: irrisolti.

cubo di Rubik
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Quest’anno ho dato e ricevuto una serie di consigli in ogni campo, come tutti. Voglio prendere la buona abitudine di scriverli e verificare, alla fine dell’anno, quanti ne ho dati (richiesti e non) e quanti ne ho ricevuti (ascoltati e seguiti). Sono abbastanza sicura che la prima lista tenderà a essere più lunga della seconda, perché la maggior parte delle volte ci piace consigliare agli altri ciò che abbiamo fatto o facciamo fatica a fare noi. Abbiamo bisogno di ricordarlo.

  • Per l’anno nuovo: stai zitto e ascolta più spesso.

2. Meno idee, più azioni

Il momento Eureka è bello. È appagante, è nutritivo, e arriva quando vuole.

eureka
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Carola Salvi, ricercatrice alla Northwestern University di Chicago, ha studiato i meccanismi neurali alla base del problem solving e della creatività, cioè cosa succede nel cervello quando “si accende la lampadina” (l’articolo è interessante, ne consiglio la lettura integrale).

La ricerca neuroscientifica è arrivata alla conclusione che, quando risolviamo un problema con un insight – un’intuizione, un’idea folgorante, – si attivano aree del cervello diverse da quelle coinvolte nel ragionamento analitico. Sembra che ad attivarsi sia piuttosto una parte dell’emisfero destro chiamata “giro cingolato superiore”. Tutto ciò che io so del mito dell’emisfero destro è quello che sappiamo in molti, e cioè che è specializzato nella percezione e nell’interpretazione globale e simultanea degli stimoli.

Un colpo d’occhio, insomma, e spunta un’idea.

C’è un problema con le idee, però, e ne parlavo un paio di sere fa con un mio amico: tutti abbiamo nuove idee ogni giorno e il più delle volte non possiamo fare a meno di condividerle.

HubSpot Academy – Content Marketing Course – Class 03. Generating Content Ideas

È difficile per noi tutti evitare di confondere un’intuizione utile con un peto spropositato del proprio ego. Questo, il peto, succede molto più spesso dei lampi di genio ed è un altro motivo per cui il web è ricolmo di idee originali.

Le idee più interessanti, forse, sono quelle che non inventano niente, ma che riutilizzano qualcosa che è stato già creato per un certo scopo, ne smontano e rimontano i pezzi, riqualificandolo per un’altra funzione. Però bisogna farlo bene, e per farlo bene bisogna allenarsi all’azione.

“An idea is nothing more nor less than a new combination of old elements” (James Webb Young)

  • Per l’anno nuovo: pensa di meno e fai di più.

3. Formarsi sempre, mai a tutti i costi

formarsi
Photo by chuttersnap on Unsplash

I titoli di studio che hai dicono che sei andato a scuola o all’università, non che ti sei formato. Tutti abbiamo studiato – poco, abbastanza, molto, troppo, questo lo sai tu. Poi c’è il campo aperto e minato dell’esperienza. Infine, ma non necessariamente in quest’ordine, c’è il tunnel dei corsi di formazione. Tu quanto spendi in formazione?

Li-Ka Shing è un imprenditore cinese di umili origini che oggi, all’età di 89 anni, si ritrova con un patrimonio stimato in circa 35 miliardi di dollari. In un articolo in inglese su Singapore Business Media, Li-Ka Shing suppone una modesta entrata mensile di 2.000 yuan e consiglia di destinarne il 15% alla formazione (libri e corsi).

Per completezza e accessibilità di informazioni, aggiungo che il consiglio di Li-Ka Shing sulla gestione delle proprie spese è quello di suddividere l’entrata mensile in 5 fondi (nell’ordine: spese di sopravvivenza, sviluppo delle relazioni, formazione, viaggi all’estero, risparmi e investimenti). I 5 fondi sono riassunti e commentati nell’articolo di Andrea Giuliodori su EfficaceMente.

Formarsi come?

La formazione è così importante che oggi, a ogni angolo del del web, inciampi in un’offerta di formazione. Tutti vendono formazione (a volte succede persino a me). Anche chi forma non dovrebbe smettere di formarsi a sua volta. Ma come? Ragioniamo su un utile di 1.000 euro al mese. È poco? È abbastanza? È tanto? Non lo so, dipende da come e dove vivi quando non lavori. Li-Ka Shing ti direbbe di investirne 150 in formazione, quindi 1.800 all’anno. È poco? È abbastanza? È tanto? Non lo so, dipende dai tuoi bisogni e dai tuoi obiettivi; quali sono?

In ogni caso, posto che tu voglia destinare una parte dei tuoi soldi alla formazione, devi decidere che peso darle e scegliere quella più adeguata al tuo profilo professionale e al tuo conto corrente – il rapporto fra i due elementi non è sempre di facile determinazione.

“O ti formi o ti fermi”. O fai una pausa.

Di questa frase non se ne può più. “O ti formi o ti fermi” è la frase-magnete che ci fa partire il sabato o la domenica mattina alle cinque per raggiungere la sede di un corso di formazione, di un seminario, di un convegno, (un “workshop” non ce lo mettiamo?), e ascoltare per un certo numero di ore una serie di relatori. Alcuni di loro vale la pena ascoltarli, altri no. Alcune giornate formative sono utili, altre no.

Formazione sì, ma è bene orientarsi e saper scegliere. Tu come scegli di utilizzare il tuo 15% di budget destinato alla formazione? Quali sono i tuoi criteri di valutazione?

o ti formi o ti fermi
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Se ognuno di noi, mosso dal desiderio di migliorare le competenze che ha nel proprio settore di riferimento, o di crearsene di nuove per cambiare mansione o mestiere, desse retta a tutte le mirabolanti offerte formative che ogni giorno popolano la rete, spesso rese ancora più seducenti da promozioni in scadenza, “Iscriviti ora e risparmia fino al 50%!”, finirebbe col lavorare allo scopo di formarsi. Ma lo scopo della formazione non è anche guadagnare (di più)?

Inoltre: una volta ricevuto, e magari anche appeso, l’attestato del corso di formazione, sei formato? Cosa sai fare che prima non sapevi fare? Inizia a farlo tutti i giorni. Il suggerimento di Li-Ka Shing di investire il 15% del proprio denaro in formazione mi sembra valido se almeno il 10% viene convertito in pratica quotidiana di azioni progressivamente competenti e competitive.

La formazione non serve a niente, se non produce cambiamento

La mia impressione è che la formazione di un individuo sia piuttosto quella sua fisionomia impalpabile che – completati i corsi in aula e online, chiusi i libri e i quaderni di appunti, superati eventuali esami, conseguiti i titoli, ricevuti e magari anche appesi gli attestati, – si manifesta in un nuovo modo di ragionare e di agire, e quindi di vivere, che produce un cambiamento utile per sé e per altre persone.

  • Per l’anno nuovo: pianifica un paio di imperdibili corsi di formazione in meno e un paio di passeggiate di meditazione in più.

4. Mettere a frutto la fiducia (ma tu che frutto vuoi?)

frutta
Photo by Jakub Kapusnak on Unsplash

In alcuni dei corsi di formazione che ho frequentato negli ultimi due anni, ho sentito molto parlare degli atti di fiducia che sono alla base di ogni forma di negoziazione della vita quotidiana.

Costruire relazioni di fiducia richiede investimento di tempo, pazienza, emozioni, valori (denaro, in alcuni casi). Il ritorno è elevato, se investi bene. Investire bene significa mettere a frutto ciò che può dare frutto.

Ma tu che tipo di frutto vuoi? Un collaboratore efficiente, preciso e discreto al momento giusto, o un collaboratore intraprendente e creativo che abbracci il tuo progetto? Un capo che comprenda i tuoi problemi o un capo che sostenga la tua crescita professionale? Più clienti che comprano subito o più clienti che comprano a lungo? Un compagno indipendente, determinato, vitale e pieno di interessi da condividere con te e con gli altri, o un compagno partecipe, mite, tollerante e pieno di premure per te e per i suoi cari? Un amico che sappia ascoltarti o un amico che ti suggerisca la soluzione che stavi cercando?

“La botte piena e la moglie ubriaca” puoi averle entrambe, se di botti ne hai almeno due. Quando si tratta di fiducia, tieni sempre una botte per te. Fidarsi è bene, non sprecare è meglio.

  • Per l’anno nuovo: scegli il tuo frutto e individua la terra per coltivarlo.
fiducia
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5. “Rimanete per i vostri amici degli amabili pirla”

Lo ha detto Rudy Bandiera nel suo discorso al TEDx di Bologna, dove ha parlato delle sue 7 regole per vivere online. Ci ho trovato buoni spunti per una migliore educazione digitale, evidentemente ancora lacunosa in molti di noi (” … accadono cose online che non siamo in grado di interpretare poiché dieci anni fa semplicemente non esistevano. Mancano regole educative comuni”). In ogni caso, la frase sugli amici mi è piaciuta e la trovo valida e compiuta, anche estratta dal contesto in cui è stata formulata.

Io mi auguro di restare, per i miei amici e per i miei cari più intimi, quella delle serate del sabato alla vineria che ci piace, dei bollettini settimanali su WhatsApp, delle tragicomiche frasi profetiche, delle grigliate estive e delle spaghettate al mare, delle gite a Rocca Calascio con il pranzo al sacco.

Ti faccio lo stesso augurio, con le declinazioni che saprai dargli solo tu.

  • Per l’anno nuovo: meno manierati e più pirla, almeno a casa.
amici
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Conclusione

È domenica 31 dicembre e sono in vacanza. Il mio augurio di buon anno è una canzone.